In occasione dell’incontro “La scintilla del cambiamento. Come un desiderio può rigenerare una comunità”, tenutosi il 5 settembre negli spazi di Fondazione Franco Demarchi nell’ambito della rassegna “Sognare insieme, costruire insieme”, il professor Paolo Venturi, docente all’Università di Bologna e direttore di Aiccon, ha portato una riflessione partendo dal suo ultimo libro edito da Egea dal titolo “Spazio al desiderio”, di cui è autore insieme Flaviano Zandonai.

PER RITROVARE IL FUTURO DELL’UMANO, DELLA COMUNITA’ E DELL’INNOVAZIONE

Viviamo in un tempo che sembra aver smarrito il desiderio. Un tempo in cui l’essere umano viene pensato quasi solo come un insieme di bisogni da soddisfare, come un consumatore da accontentare, come un destinatario di prestazioni. Eppure, nel profondo, l’uomo non è bisogno: è struttura di desiderio. Il bisogno ha un ciclo chiuso: nasce, si consuma, si estingue. Il desiderio, invece, non si esaurisce mai: rilancia, apre, trascende l’oggetto, spinge oltre sé stessi. È tensione verso ciò che ancora non c’è, ma che sentiamo possibile. È desiderio di felicità, di libertà, di futuro, di innovazione. È ciò che rende la vita non solo sopravvivenza, ma creazione. La storia ce lo insegna: i grandi salti in avanti dell’umanità non sono nati da risposte a bisogni, ma da un eccesso creativo di desiderio. Socrate ricordava che una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta: e ogni ricerca nasce dal desiderio, non dal bisogno.

LA DESERTIFICAZIONE DEL DESIDERIO

Eppure oggi viviamo una desertificazione del desiderio. Lo abbiamo ridotto a consumo, a prodotto da scaffale, a gratificazione immediata. Lo abbiamo mercificato. Questo è forse il più grave dramma culturale del nostro tempo, e colpisce con forza le nuove generazioni. A loro chiediamo: “Di cosa hai bisogno? Ti aiutiamo”. Ma raramente domandiamo: “Qual è il tuo desiderio? Cosa sogni? Come possiamo accompagnarti a realizzare la tua vita buona?”. Così facendo, rischiamo di educare al conformismo, alla rassegnazione, all’infelicità passiva. Pier Paolo Pasolini, nel suo Gennariello, metteva in guardia i giovani dalla rinuncia come abitudine, dalla tendenza all’infelicità, dalla retorica della bruttezza che trasforma l’unicità in omologazione. E invitava invece a seguire i propri desideri e non quelli della massa, a cercare felicità culturale e non consumo, a resistere all’infelicità ostentata con l’allegria e la curiosità. Parole profetiche: perché senza desiderio non c’è futuro. Non c’è innovazione. Non c’è umanità.

DAL BISOGNO ALLA LIBERTA’ DI DESIDERARE

Nel sociale questa differenza è decisiva. Un approccio assistenzialistico si limita a soddisfare bisogni. Un approccio generativo, invece, restituisce alle persone la libertà di desiderare. Il Rione Sanità, a Napoli, è un esempio luminoso. La cooperativa La Paranza non è nata per “gestire un patrimonio” o “dare lavoro”: è nata per accendere nei ragazzi il desiderio di immaginare un futuro diverso. Hanno recuperato le catacombe e i beni storico-artistici, sì, ma l’obiettivo non erano i monumenti: erano le vite. Da quella scintilla sono nati festival, rassegne, progetti culturali che hanno trasformato un intero quartiere. Ecco perché l’innovazione sociale non è mai solo risposta a un bisogno: è sempre spazio al desiderio. Senza questa consapevolezza, il rischio è trasformare il welfare in consolazione, e il sociale in riparazione: senza rigenerazione.

DESIDERARE: TORNARE A VEDERE LE STELLE

L’etimologia stessa ce lo ricorda: desiderare viene da de-sidera, “mancanza di stelle”. Il desiderio nasce da una mancanza che non si rassegna: uno spazio vuoto che attira in avanti, che tiene viva la tensione verso ciò che ancora non c’è. Pensiamo a un anziano allettato. Certo, ha bisogno di cure, di assistenza. Ma ha soprattutto bisogno che qualcuno lo riconosca nel suo desiderio intatto, lo stesso che lo abitava a diciott’anni. Il desiderio non invecchia: siamo noi che smettiamo di guardare le stelle, che lasciamo che la luce artificiale dell’abitudine le nasconda. Qualche settimana fa, a Nova Ponente, tornando la sera verso l’auto, ho alzato gli occhi: sopra di me brillavano stelle che non avevo mai visto così luminose. Erano lì da sempre, ma servivano il silenzio e il buio per renderle visibili. Così è il desiderio: c’è, ma ha bisogno di contesti che lo rendano visibile e possibile.

ECOSISTEMI DEL DESIDERIO: LA CHIAVE DELL’INNOVAZIONE

Il desiderio non nasce nel vuoto. Non è un impulso individuale isolato. Ha bisogno di ecosistemi che lo nutrano: comunità, organizzazioni, luoghi di lavoro, politiche pubbliche. E qui sta un punto cruciale: la vera differenza non la fa la perfezione del contesto, ma la presenza di persone vive, desideranti. L’innovazione accade nei pressi di chi desidera. Ovunque arrivino persone capaci di desiderare, accadono cose inattese: è il desiderio a rendere fertile un contesto. Per questo oggi, se vogliamo rigenerare la società, dobbiamo costruire contesti che alimentino il desiderio: nelle scuole, nelle imprese, nelle istituzioni, nelle comunità locali. Contesti dove i giovani non siano solo destinatari di aiuti, ma autori di futuro. Dove non si chieda solo: “Di cosa hai bisogno?”, ma: “Che cosa sogni? Quale stella insegui?”.

RIMETTERE IL DESIDERIO AL CENTRO

Il desiderio è la nostra energia più trasformativa. È ciò che ci spinge oltre i bisogni, ciò che fa nascere il nuovo, ciò che restituisce senso al lavoro, creatività alla politica, vitalità alle organizzazioni, speranza alle nuove generazioni. Per questo insieme a Flaviano Zandonai abbiamo scritto Spazio al desiderio: perché non possiamo permetterci di lasciarlo spegnere. Se il nostro tempo sembra spento è perché abbiamo smesso di guardare le stelle. E invece è proprio alle stelle che dobbiamo tornare ad alzare lo sguardo. Perché solo lì dove il desiderio brucia, la realtà comincia a trasformarsi.

Autore: Paolo Venturi