Passeggiando per la propria cittadina o leggendo notizie online, è ormai sempre più facile imbattersi in annunci che parlano di rigenerazione urbana. Promossi da pubbliche amministrazioni, enti del terzo settore o realtà private, progetti di questo tipo sono diventati, nel corso degli ultimi anni, uno strumento sempre più utilizzato.
In questo articolo faremo chiarezza su cosa significa “rigenerazione urbana” e sulle ragioni che l’hanno resa una risorsa centrale per quelle progettualità volte al miglioramento della qualità della vita dei centri abitati.   

DUE AZIONI DA NON CONFONDERE: RIGENERARE > RIQUALIFICARE

Etimologicamente, rigenerare significa generare di nuovo o, parafrasando, “dare nuova vita”, sono poi i relativi contenuti ed obiettivi a determinare il significato concreto del singolo intervento. In altre parole, non esiste una definizione univoca di rigenerazione urbana: ogni progetto va compreso nella sua specificità. 
Ciò nonostante, è possibile rintracciare delle tendenze che hanno portato nel corso del tempo ad un’uniformità nel significato attribuito a questo tipo di interventi e che si sono evolute da una concezione di rigenerazione intesa come strategia prevalentemente economica finalizzata ad attrarre investimenti (Haddock, Moulaert, 2009), fino ad arrivare ad una logica più articolata, che vede la rigenerazione come uno strumento per valorizzare le potenzialità produttive, culturali e relazionali all’interno del territorio (Losasso, 2015). 
Secondo quest’ultima concezione, dunque, un progetto di rigenerazione deve essere inteso come un processo che si lega e che include al suo interno i concetti di sviluppo locale, di promozione delle risorse endogene del territorio, di ricostituzione del tessuto sociale comunitario e che si sviluppa, quindi, oltre la mera riqualificazione fisica dell’ambiente urbano, in direzione di una più ampia produzione di welfare. 

RIGIDI CONTENITORI O SPAZI ABILITANTI?

Per comprendere come un intervento di rigenerazione possa produrre degli effetti così rilevanti occorre riflettere sul ruolo che gli spazi svolgono nella nostra quotidianità.
Gli ambienti urbani che abitiamo ci guidano, infatti, attraverso un insieme di pratiche e di comportamenti all’interno dei quali siamo inevitabilmente immersi e a partire dai quali sviluppiamo il nostro agire quotidiano. La natura degli spazi che ci circondano deve essere intesa quindi come propria di una capacità “abilitante”, ossia che permette di accedere a specifiche possibilità d’azione (Sennett, 2018; Sendra, Sennett, 2020). Seguendo questa logica, il sottoutilizzo o il degrado di determinati ambienti urbani, come anche (se non ancor di più) l’eccessiva rigidità delle loro modalità d’utilizzo, trasformano la potenziale capacità abilitante in un meccanismo di limitazione e/o di esclusione di alcuni target di popolazione.
Il rischio è così quello che l’organizzazione spaziale (il “contenitore” delle nostre azioni) diventi priva della capacità di rispondere alle esigenze dei suoi abitanti, soprattutto se si considerano i bisogni più recenti della popolazione e ancor di più quelli provenienti dai gruppi sociali più fragili o marginalizzati.
Ecco perché i progetti di rigenerazione puntano a creare spazi “nuovi”, in quanto distanti dagli standard dell’attuale contesto urbano e dalle sue logiche consuete di uso e consumo; “innovativi”, in quanto in grado di accogliere esigenze emergenti, allargando la gamma delle possibilità offerte; “inclusivi”, in quanto considerano un approccio partecipato sia nella loro progettazione che nelle modalità di fruizione.

IL RISCHIO GENTRIFICAZIONE E COME EVITARLO

Tuttavia, sarebbe erroneo attribuire ai progetti di rigenerazione una valenza positiva a-priori. Indipendentemente dalla genuinità delle intenzioni, infatti, il rischio di ottenere effetti negativi e indesiderati è comunque presente. 
Tra questi, il principale è quello della gentrificazione: migliorare la percezione di un determinato luogo può attrarre nuovi attori e nuovi interessi economici, facendo salire i prezzi della zona con il rischio di arrivare, con il tempo, ad escludere proprio le persone alle quali era indirizzata l’iniziativa. 
Non esiste una formula specifica per evitare che questo avvenga. Esistono però importanti “alleati” che ci permettono di limitare, o quantomeno individuare e controllare i rischi: la co-costruzione dell’intervento con i beneficiari, l’eterogeneità del partenariato incaricato del progetto e la produzione di una valida valutazione d’impatto (Social Value Italia, 2025). 

UNA RAMPA DI LANCIO: IL BANDO WELFARE A KM0 

Al tema della rigenerazione urbana è dedicata la sesta edizione del bando “Welfare Km0”, promosso da Fondazione Caritro, Provincia Autonoma di Trento, Consiglio delle Autonomie Locali e Fondazione Franco Demarchi, il cui focus sono proprio i luoghi e, più nello specifico, la sperimentazione di nuovi modelli di rigenerazione e gestione di beni comuni e spazi di comunità.
La logica del bando rimane quella delle edizioni precedenti: attivare sinergie tra enti pubblici, terzo settore e realtà produttive per rispondere a bisogni sociali emergenti. Ma è nei luoghi – intesi come fulcro di relazioni e possibilità – che si cerca oggi il possibile valore aggiunto all’obiettivo di produzione di welfare comunitario generativo.
“Zeronovantanove: incontro, cultura e relazioni in Valle dei Laghi” a Vezzano, “Green center: so-dare, so-fare, so-stare” a Trento, “Spumazer” a Cavalese, “Urban regeneration” a Rovereto, sono i quattro progetti ed i relativi luoghi che sono stati selezionati, differenti l’un l’altro, ma comunque classificabili a pieno titolo nelle iniziative di rigenerazione urbana per i loro interessi orientati, in generale, al miglioramento dell’inclusione e della coesione sociale nei rispettivi territori. Il ruolo di Fondazione Demarchi sarà quello di coordinare queste iniziative lungo i tre anni di finanziamento, monitorarne l’evoluzione – valorizzando i punti di forza e ricalibrando eventuali criticità – e misurare l’impatto sociale, in termini di cambiamento generato nei luoghi individuati e nelle persone che li vivono. 

Autore: Edoardo Massimini

Immagine di copertina: Capricious Forms (1937), Vassily Kandinsky 


LINK:

BANDO COMUNITÀ DI PROGETTAZIONE SOCIALE – FONDAZIONECARITRO

WELFARE A KM0