In Trentino si vive bene. Lo dicono le classifiche: primo posto per qualità della vita, tasso di occupazione record e cittadini soddisfatti. Eppure, i/le giovani continuano a partire.
È da questo apparente paradosso che prende avvio “Tra radici e orizzonti: l’emigrazione giovanile raccontata dalle famiglie”, la ricerca curata da Maria Nardello e Sabrina Berlanda della Fondazione Franco Demarchi, su mandato del Servizio coesione territoriale, politiche abitative e valorizzazione del capitale sociale trentino all’estero della Provincia autonoma di Trento. Uno studio che sceglie un punto di vista inedito: non quello di chi parte, ma quello di chi resta. Madri, padri e sorelle che vivono la partenza come una perdita, ma anche come un’opportunità.
Un trentino da cui si parte, ma non per fuggire
Ogni cento giovani trentini/e, tre scelgono di trasferirsi all’estero. Nel 2024 sono state 3.562 le persone espatriate, pari allo 0,7% della popolazione: una quota superiore rispetto al resto del Nord Italia. La meta preferita è l’Europa (Regno Unito, Germania, Francia e Svizzera), ma per molti il percorso avviene a tappe: prima un trasferimento altrove in Italia, in una regione del Centro-Nord, poi la spinta definitiva oltre confine.
Non vogliamo parlare di cervelli in fuga, ma di ragazzi e ragazze desiderosi di crescita personale e professionale. Il dato è eloquente: il 63% dei/delle giovani trentini/e che partono ha una laurea o un dottorato, contro il 31,8% della media nazionale. Non si fugge da un disastro: si corre verso un futuro percepito come più dinamico, meritocratico e aperto. Si tratta di persone che si muovono non per necessità, ma per opportunità.
Le motivazioni raccontate dalle famiglie parlano chiaro: stipendi più alti, benefit aziendali, contesti di lavoro stimolanti e inclusivi. “In Italia i ricercatori fanno la fame, mio figlio all’estero porta a casa quattromila euro al mese”, racconta un genitore. Una madre aggiunge: “Là mia figlia trova stima e riconoscimento, qui doveva continuamente dimostrare il doppio”.
La ricerca, basata su 22 interviste a familiari di giovani espatriati/e, mette in luce il lato meno visibile della mobilità: quello domestico, quotidiano, emotivo. Dietro alla normalità dell’emigrazione moderna restano case più vuote, la nostalgia dei pranzi domenicali e la preoccupazione per la distanza. “Quando invecchieremo, chi si occuperà di noi?” si chiedono alcuni genitori. “Mi perdo tante sfaccettature. Ora mia figlia sta organizzando il matrimonio e io mi perdo tutto questo”, confida una madre.
Eppure, nella distanza emergono anche nuove forme di vicinanza. Le videochiama e diventano abitudini quotidiane, a volte più intense della convivenza passata: “Parliamo più di prima”. Si sviluppano nuove competenze, nuove abitudini e nuove aperture. In alcuni casi, anche un effetto generativo e imitativo: “Lei è partita per studiare e anche io ho deciso di iscrivermi al dottorato: lei è per me un modello positivo”.
Emigrare non è solo partire. È reinventare il legame
Partire non significa recidere il legame con il territorio, ma trasformarlo e reinventarlo.
I/le giovani diventano ambasciatori/trici del Trentino nel mondo: portano con loro prodotti, abitudini e l’orgoglio per la propria terra. Le famiglie li seguono con affetto e ironia: “Quando vado a trovarlo, la borsa trentina è immancabile. Piuttosto lascio a casa un paio di scarpe!”.
Questa connessione emozionale mantiene vivo il senso di appartenenza, anche a migliaia di chilometri di distanza. Ma emerge anche una certa amarezza verso un sistema percepito come poco capace di trattenere e valorizzare il talento. Racconta una madre: “Sono molto delusa: il Trentino non offre ai giovani le opportunità che meriterebbero”.
Non tutti torneranno. Molti costruiranno altrove la propria vita, tra lavoro, casa e nuove cittadinanze. Altri rientreranno, portando con sé competenze, reti e visioni maturate fuori.
Le famiglie, invece, restano. Per ragioni economiche, affettive o semplicemente per amore del territorio. Come sintetizza una madre: “Restiamo: con la nostra pensione non potremmo vivere all’estero, ma qui abbiamo la montagna e un’altra figlia con un nipotino”.
La ricerca invita così a superare una lettura semplificata — chi parte versus chi resta — per riconoscere l’emigrazione giovanile non solo come fuga né solo come avventura, ma come parte di una trasformazione più ampia, culturale e sociale.
Guardare lontano, restare connessi
La vera sfida non è trattenere i/le giovani, ma costruire le condizioni perché possano scegliere — e possano scegliere anche di tornare.
Significa rendere il territorio capace di valorizzare le diverse esperienze, di riconoscere il merito e di rinnovarsi, anche grazie a chi porta altrove le proprie radici. Per far sì che questo sia possibile è opportuno cambiare prospettiva. Il Trentino, in fondo, non è solo una parte d’Italia: è anche una parte d’Europa. E i/le giovani lo sanno. Oggi non si parte “per l’estero”, non si parte per “un altro Paese”, ma si va in “un’altra parte d’Europa”. Si lavora, si vive e si costruiscono legami dentro un orizzonte più ampio, dove la parola “casa” non coincide più con un solo luogo. Lo spazio si estende oltre le frontiere nazionali e si trasforma insieme alle vite dei giovani.
Molti/e di questi/e giovani non partono in condizioni di fragilità, ma di possibilità. Sono persone che costruiscono percorsi di realizzazione, mantenendo legami vivi con il territorio d’origine, tornando quando possono e restando connessi nelle relazioni. Se si allargano i confini dello sguardo, anche la distanza cambia significato: chi vive all’estero può apparire meno lontano, come se abitasse semplicemente in una città un po’ più distante.
Questo cambio di prospettiva non cancella le criticità del contesto italiano e trentino (le disuguaglianze del mercato del lavoro, le opportunità non sempre adeguate e le altre ragioni strutturali che spingono a partire), ma invita a riconoscere che le nuove generazioni abitano il mondo in modo diverso, con un’idea di casa più ampia, capace di attraversare territori e appartenenze.
Resta però qualcosa che non cambia: la distanza pesa e la mancanza resta, sia per chi parte sia per chi rimane. Ed è proprio in questo spazio, tra distanza e legame, che si gioca oggi il significato più profondo della mobilità.
Immaginare politiche che tengano insieme mobilità, radicamento e futuro: questa è la chiave.
La sfida non è fermare chi parte, ma rendere il Trentino un luogo in cui valga davvero la pena restare o tornare. E non è una sfida impossibile, perché si parte da basi solide: una qualità della vita riconosciuta e un patrimonio naturale unico. Si tratta, allora, di fare un passo in più e di trasformare questo vantaggio in opportunità concrete: lavoro qualificato, riconoscimento del merito e spazi di partecipazione e crescita.
Un territorio che accompagna i/le propri/e giovani oltre confine, senza paura di perderli/e, è un territorio che ha imparato a guardare lontano; ma un territorio che sa anche rafforzare la propria coesione sociale e territoriale, creando opportunità diffuse, riconoscendo il valore delle persone e valorizzandone il protagonismo, tenendo insieme generazioni e luoghi, è un territorio capace di garantire davvero a giovani e meno giovani un futuro.
