Questo articolo raccoglie alcuni spunti di riflessione sul mondo giovanile, condivisi dall’esperto Carlo Andorlini* in una formazione organizzata da Fondazione Franco Demarchi e rivolta a quanti operano in Trentino sul territorio nell’ambito dei Piani Giovani.
Immaginiamo un gruppo di ragazzi e ragazze in cammino, non verso una meta definita, ma mossi da un desiderio comune: vivere meglio. La partecipazione dei giovani non è cambiata: il loro ingaggio da parte di organizzazioni e istituzioni non è in crisi, ma è inconsueto, l’ambito del benessere dei giovani non è in diminuzione, ma anzi, si allarga a campi non sempre presi in considerazione, come quello sportivo e degli stili di vita. Dentro queste suggestioni si vogliono fornire alcuni sguardi che ci arrivano direttamente sia dalla sfera giovanile sia dal mondo delle organizzazioni e istituzioni, che mettono al centro i temi dell’autonomia attraverso lo sport e sani e motivati stili di vita.
Ripensare la partecipazione partendo dall’ascolto
Quando si parla di giovani e partecipazione, spesso lo sguardo adulto si ferma alla superficie: “Non si interessano”, “Non votano”, “Non militano più come una volta”. Ma se il problema non fossero i giovani, bensì la nostra idea di partecipazione? Se “prendere parte” non significasse più aderire a modelli rigidi, ma attraversare luoghi, eventi, esperienze in modo fluido e intermittente? I dati parlano di un crollo dell’affluenza elettorale, ma i giovani non sono apatici: stanno solo cercando nuove arene dove “fare politica” a modo loro, dal volontariato silenzioso alle mobilitazioni sociali temporanee. Non sono assenti, sono altrove.
Al di là delle polarizzazioni tra “fragili” e “talentuosi”, emerge una trama comune che chiede attenzione. I giovani soffrono e lo urlano in modi sempre più visibili: aumentano ansia e insonnia, cresce l’uso non prescritto di psicofarmaci, un terzo di loro riferisce problemi di salute mentale. Ma non è solo un grido: è anche una domanda di relazioni significative, di adulti che sappiano accompagnare senza invadere, di adulti che sappiano veramente ascoltare anche ciò che non vorrebbero sentire dai giovani. Come riportato in “Apprendere, crescere, partecipare Politiche giovanili territoriali in Italia e il caso dell’Alto Adige” – a cura di Carlo Andorlini e Teresa Pedretti – “solo una postura capace di guardare e osservare, e non solo guidare, è sì posizione ma, soprattutto, metodo, nuovo metodo. Pedagogicamente significa allora non collocarsi più davanti e sentirsi guida ma, dietro, subito dietro, cioè osservando gli spostamenti, le inversioni di rotta, per essere subito capaci di affiancarci per accompagnare gli spaesamenti e i riorientamenti. Un lavoro continuo di osservazione e di ascolto, e poi di immediata e operativa collaborazione orizzontale.”
Cresce l’attrazione verso figure ibride, come gli edu-influencer, che parlano il linguaggio dei giovani ma, nonostante ciò, se il loro approccio è quello di non legittimare le emozioni di chi li segue e ascolta, la questione diventa rischiosa. Allo stesso tempo, emerge il bisogno di rallentare: “chill” è la parola d’ordine, opposta alla frenesia della performance. Partecipano a intermittenza, cambiano rotta, si concedono pause. Ma questo non significa disimpegno: significa ricerca di senso. Lo dimostra il boom dell’anno sabbatico, o la scelta di lasciare un lavoro non per soldi, ma per etica.

Sport e partecipazione alternativa per stare bene
In un tempo in cui i giovani cercano nuovi modi di abitare il mondo, la salute si rivela una chiave di lettura potente e trasversale. Non è solo questione di sanità: i principali determinanti della salute sono relazioni, comportamenti, stili di vita. Ecco perché ripensare la partecipazione significa anche partire dal benessere, un benessere che va letto in chiave anche intergenerazionale.
Molte esperienze, in Italia e altrove, mostrano come lo sport e la socialità possano diventare leve inclusive e trasformative. Le palestre popolari di Napoli, accessibili e informali, restituiscono allo sport la sua dimensione relazionale, liberandolo dalle logiche competitive. A Torino, il Parco Colonnetti diventa un laboratorio a cielo aperto: i giovani lo attraversano liberamente, sentendolo proprio. A Roma, con Liberi Nantes, lo sport è sperimentazione, non performance. E nel Regno Unito,
ma sempre più anche in Italia, lo sport viene “prescritto” da medici e operatori sociali, come parte integrante di un progetto di cura.
Queste pratiche hanno due tratti comuni: rispondono a bisogni reali – disagio, desiderio di cambiamento, bisogno di guida – e superano l’atteggiamento adulto proiettivo. Non dicono “ti spiego come si fa”, ma “camminiamo insieme”. Perché uno stile di vita sano non è solo questione di movimento, ma di senso, appartenenza e possibilità.
Un cammino condiviso
Queste progettualità sono risposte concrete a quella trama che attraversa i giovani oggi: voglia di rallentare, di costruire senso, di incontrare adulti che ascoltino. È qui che la salute diventa uno spazio condiviso di partecipazione: un cammino fatto non di obiettivi imposti, ma di orizzonti costruiti insieme. Come nel progetto “Strade Maestre”, dove educatori e ragazzi camminano fianco a fianco non per arrivare primi, ma per abitare insieme il paesaggio, il ritmo, l’orizzonte.
*Carlo Andorlini è professore all’Università di Firenze, esperto di sviluppo di comunità di cui si occupa collaborando con vari soggetti pubblici e del privato sociale in Italia.
Articolo di: Lara Deflorian e Alessandra Benacchio
