Quando si parla di amministrazione condivisa è necessaria una profonda riflessione rispetto alle precondizioni, al “terreno” sul quale si costruisce un rapporto di collaborazione. Emerge la necessità di un cambio di paradigma che spinge a ripensare i ruoli della pubblica amministrazione e del terzo settore ed a mettere in discussione le consolidate modalità di risposta ai bisogni sociali.

Quali sono le precondizioni? Quali gli elementi da tenere in considerazione? Come approcciarsi ai modelli collaborativi? Come si governa questo processo e come lo si realizza nel concreto?

Questi i temi affrontati nel laboratorio organizzato dall’OAC in accordo con Fondazione per la Sussidiarietà e con il dipartimento di Politiche Sociali della Provincia autonoma di Trento, intitolato: “Pratiche di amministrazione condivisa: individuazione dei bisogni, produzione degli atti, valutazione dei risultati”. Prosegue così il dialogo tra enti pubblici ed ETS iniziato con gli eventi dell’OAC: Lorenza Violini, prof.ssa di Diritto Costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano, introduce i principi cardine che governano la materia dell’Amministrazione Condivisa; prosegue il dott. Angelo Stanghellini, dirigente del Comune di Milano che racconta la sua esperienza e instaura una conversazione con i partecipanti.

Alcuni punti salienti: nella scelta di una procedura collaborativa è fondamentale spostare il focus del ragionamento: il punto di partenza non è il servizio che si intende erogare ma il problema complesso e le sue possibili soluzioni. Le procedure collaborative necessitano di un investimento sulla gestione delle reti tanto da creare una nuova dimensione di senso nel lavoro della pubblica amministrazione.

Durante il laboratorio sono emersi anche ostacoli e frontiere, ad esempio una comune difficoltà riguarda la rendicontazione sulla quale si auspicano interventi a livello nazionale prendendo spunto dai modelli rendicontativi europei basati sui costi semplificati; tra le frontiere ancora poco esplorate c’è il tema della valutazione di impatto sociale. “Servirebbe una coprogettazione gentile” così ha concluso il dott. Stanghellini spiegando che gentilezza è intesa come cedevolezza, come capacità di fare un passo indietro, non per lasciare che passi qualcun altro, ma per sbilanciare le posizioni. Fare coprogettazione vuol dire sbilanciarsi per trovare un nuovo equilibrio ed avere una postura che permetta di creare degli spazi all’interno dei quali collaborare. Questo è il cambio di paradigma”.

Alba Civilleri e Benedetta Russo