LA FONDAZIONE FRANCO DEMARCHI A EDUCA 2019

LA FONDAZIONE FRANCO DEMARCHI A EDUCA 2019

Nell'ambito di Educa, centrata in questa edizione sulla una riflessione costruttiva su come riannodare la relazione genitori-insegnanti su base fiduciaria, la Fondazione Franco Demarchi si è fatta promotrice di tre incontri:
- "NON PIÙ ‘MAMMO’, MA PAPÀ!", un confronto sul cambiamento del ruolo dei padri nella relazione con i figli e nella gestione del nucleo familiare con Ivo Lizzola, professore di Pedagogia sociale, Paola Venuti, direttrice del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento e il formatore Giuseppe Elia;
- "VIA DA UNA PAZZA CLASSE" un dialogo tra lo scrittore Erlando Affinati, che ha raccontato la storia di una nuova didattica nata dall’esperienza di Penny Wirton, la scuola gratuita di italiano per immigrati da lui fondata e l'autore Mario Caroli, che ha illustrato “Con il vento di Barbiana - La scuola «rossa» di Mori”, il racconto autobiografico sulla didattica innovativa vissuta all’inizio degli anni Settanta;
- "RICOSTRUIRE A PARTIRE DALL'EDUCAZIONE", la testimonianza del maestro siriano Sheik Abdo Hsyan è stata l'occasione per riflettere sul diritto universale all'istruzione per un’educazione inclusiva e sul valore della Pace con il cofondatore di Operazione Colomba Alberto Capannini. 

 
Dialogo "NON PIÙ ‘MAMMO’, MA PAPÀ!" con Ivo Lizzola, Paola Venuti, Giuseppe Elia

La nascita di un figlio è diventata una scelta sempre più consapevole e deliberata della coppia, di conseguenza entrambi i genitori sono più disponibili e desiderosi di prendersene cura. Inoltre la consapevolezza dell’importanza della figura paterna nel processo di sviluppo cognitivo e affettivo dei bambini è cresciuta. La diffusione del lavoro retribuito delle madri ha segnato la trasformazione della maternità ed è una delle cause principali di modifica della paternità. Le conseguenze hanno portato ad un aumento delle aspettative sociali, verso una figura paterna più presente e attenta nei confronti dei figli. Le politiche sociali riflettono e a loro volta incoraggiano e incentivano una maggiore presenza dei padri nella vita familiare e nella cura dei figli.
L’immagine tradizionale del padre, che era il titolare esclusivo dell’autorità e dei rapporti con la società, si fondava sulla dicotomia tra pubblico e privato in cui l’uomo rappresentava il pubblico e la donna il privato e la visione tradizionale dei ruoli era netta. Nella società contemporanea questa separazione di sfere in base al genere, l’affettività da un lato, l’autorità dall’altro, è molto più sfumata e la paternità appare sempre più inserita nella sfera del privato e degli affetti.
Gli studiosi concordano nel riconoscere che si sta verificando una maggiore partecipazione dei padri nella vita e nella cura dei figli. Molti autori, sia sul versante sociologico che psicologico, sottolineano la tendenza al passaggio dal modello tradizionale della specializzazione dei ruoli a quello della condivisione.
In merito alle sfide lanciate dalle nuove forme di “paternità” Ivo Lizzola, professore di Pedagogia sociale e autore di diversi libri come "La paternità oggi", ha sottolineato come l’esperienza della paternità sia un cammino in cui l’adulto si accorge di essere tale nel momento in cui si preoccupa del processo di crescita degli altri. Oggi per garantire un futuro ai figli è necessario far coabitare emozioni, fragilità, ospitalità e oltre alla dimensione affettiva, nella famiglia sono necessarie la responsabilità e la cura, che i figli vedono attuate dai genitori nei confronti dei propri genitori, anche attraverso l’organizzazione di tempi e spazi.
"Il padre deve scegliere di essere padre, riuscendo ad attraversare la fragilità e la vulnerabilità e di esserci in una vita incerta e faticosa, con la promessa della scelta. In questo tempo di esodo - ha spiegato Lizzola - non abbiamo costruito un senso di responsabilità verso le generazioni future. Per questo i padri devono essere dei segnavia continuamente spostabili per tratteggiare l’orizzonte, la via che accompagna le scelte dei figli.”
Paola Venuti, direttrice del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento nonché coordinatrice scientifica di EDUCA, è intervenuta sui fattori biologici e culturali che influenzano il ruolo del padre, che deve essere attivo per la costruzione della rete sociale dei figli. Se la madre forma la struttura mentale del bambino, il padre, oltre che proteggerlo, ha il compito di introdurlo nella società, garantendo così l’acquisizione dei valori sociali. Il ruolo paterno è meno dipendente dalla biologia e più dal contesto culturale e relazionale. Attraverso un excursus evolutivo Venuti ha spiegato come dal modello patriarcale siamo arrivati oggi a una nuova fase di trasformazione del modello familiare in cui i padri accantonano alcune peculiarità di potere, anche in relazione ad una parità di genere acquisita, e iniziano a fare il “mammo”. Ci sono modalità biologiche diverse di rielaborare gli stimoli nel contesto familiare: l’impulso emotivo e protettivo è tipico femminile, mentre l’impulso di riflessione prima di agire è tipico maschile. I ruoli possono essere invertiti, ma è fondamentale che siano presenti entrambe per la crescita dei figli. Il padre è necessario per lo sviluppo del bambino, per portarlo a una dimensione di confronto sociale.
A chiudere il confronto il formatore e papà Giuseppe Elia ha presentato la sua personale iniziativa che ha portato nel progetto "Padri e figli in tenda", finalizzato a comprendere meglio cosa significa non riuscire ad avere una relazione profonda con i propri figli. “Vivere alcuni giorni con i propri figli lontani dal caos e dai ritmi cittadini – ha raccontato Elia - consente invece di affrontare e scoprire i propri limiti, i talenti, le paure, la sensibilità di “osservare” i sapori, i colori, gli odori della natura, acquisire autonomia e fiducia in sé stessi, diventando i protagonisti dell’esperienza. I papà, indifferentemente dal proprio percorso personale, vivono un’esperienza nuova che li accompagna verso un cambiamento relazionale con i figli. In questo contesto di apprendimento esperienziale, i padri sono i veri esperti della situazione in cui sperimentano il loro potenziale d’essere papà”.

 
Incontri con gli autori "VIA DA UNA PAZZA CLASSE", con Eraldo Affinati, Mario Caroli

Nell'incontro sono state riprese due esperienze che presentano lo stesso comun denominatore della scuola del prete di Barbiana, reinterpretandone i principi. In merito agli elementi della scuola di don Milani applicati in un contesto attuale, secondo Affinati per educare, insegnare e educare oggi è necessario ritrovare l’importanza di “essere”, di “prendersi cura dello sguardo altrui”, attraverso una relazione vera e autentica. Il pensiero e l’azione devono essere legati e nella scuola questo pensiero deve essere presente. “Oggi i professori - ha sottolineato Affinati - sono molto più soli di quanto non fosse don Milani ai suoi tempi e la famiglia non facilita l’azione degli insegnanti. È necessario ricostruire l’alleanza e il legame tra le famiglie e l’istituzione scolastica. Don Milani ci aiuta ad uscire dalla finzione pedagogica e fa capire che educare è anche ferirsi. L’adolescente ha bisogno anche di un dissenso, di un nemico, di un ostacolo. La scuola deve essere democratica nel fine e sapere che l’insegnante e l’educatore devono incarnare il limite.”
Il libro “Via dalla pazza classe” è frutto dell’esperienza che Eraldo Affinati ha avuto con i ragazzi immigrati: “Nel momento in cui sono sceso dalla cattedra ho capito chi avevo di fronte poiché credo nell’azione diretta.” Così ha fondato la scuola “Penny Wirton” per insegnare l’italiano ai ragazzi immigrati, in cui non ci sono classi, non si danno voti e non ci sono nemmeno soldi. Non c’è competizione, non si pensa ai risultati che si possono ottenere per essere più concentrati su quello che si sta vivendo. Una svolta importante è poi arrivata con il coinvolgimento di ragazzi italiani, anche portatori di insuccessi scolastici, che a titolo volontario hanno iniziato ad affiancare i loro coetanei immigrati nell’insegnamento della lingua italiana. “Questo fa capire che la vera integrazione avviene solo se credi nella relazione autentica. A partire da questa esperienza che ho raccontato nel libro - ha aggiunto Eraldo Affinati - ho riflettuto sul momento cruciale che stiamo vivendo e sulla qualità scolastica, tema profondo e difficile. L’educatore oggi deve stare in una zona di sicurezza, ma anche in una zona di rischio. Attraverso l’esperienza della nostra scuola cerchiamo quindi di agire mettendo in relazione le persone, perché crediamo nell'autenticità dei rapporti umani dentro un mondo eterogeneo, come sono le nostre classi in cui facciamo convivere le differenze che colmano i vuoti. Questa è stata la vera lezione di don Lorenzo Milani.”
Mario Caroli ha raccontato il suo libro “Con il vento di Barbiana - La scuola «rossa», una storia che ripercorre quanto avvenuto nei primi anni Settanta, nella scuola media di Mori, che divenne un caso simbolico della storia del Trentino. I primi tentativi di innovazione dell'insegnamento con il tempo sono diventati normale pratica didattica, ma inizialmente era una sperimentazione “fortemente rivoluzionaria”.
Caroli ricorda di essere stato un testimone diretto di quella profonda innovazione: “A Mori si tentò di scardinare la vecchia impalcatura della scuola media e di innovare; c’era voglia di cambiamento, un sogno collettivo verso un futuro migliore anche nella scuola.
Allora non avevamo chiaro il pensiero di don Milani, ma scrivendo il libro e raccogliendo le testimonianze di ex allievi ho capito quanto eravamo vicini a quello spirito. Ho quindi compreso l’importanza di aver dato la parola ai ragazzi, di averli fatti discutere in gruppo, di averli attivati in interviste e ricerche, stimolandoli a confrontarsi anche con i genitori. Questo per di condurli nel la ricerca di relazioni costruttive”.

 
Dialogo "RICOSTRUIRE A PARTIRE DALL'EDUCAZIONE", con Sheik Abdo Hsyan, Alberto Capannini, Piergiorgio Reggio

Il Libano: 1,5 milioni di profughi su 4 milioni di abitanti; scuole che riescono ad accogliere solo un terzo dei giovani profughi il cui status di rifugiati non sempre è riconosciuto, come nel caso di chi proviene dalla Siria. A Miniara, vicino a uno dei tanti campi profughi, è nata una scuola in cui 500 bambini e 200 adolescenti possano imparare a leggere e scrivere. Una storia estrema raccontata dal maestro che l’ha fondata e vissuta in prima persona: "La prima sfida educativa che abbiamo dovuto affrontare è stato trasmettere il valore della Pace e della convivenza. I programmi prevedono il dialogo e la risoluzione nonviolenta dei conflitti. Questi insegnamenti sono necessari perché i più piccoli sono la generazione che ricostruirà la Siria".